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23ª TAPPA: Nybrostrand via Trelleborg

23ª TAPPA: Nybrostrand via Trelleborg

A Wandermunde la giornata è fresca, la foschia nasconde le strade, la luce bianca illumina i pennacchi sopra i tetti delle case. Nel canale una nave da crociera procede lentamente verso il porto. Il suono della sirena che saluta il suo ingresso, la rende una presenza reale. Il vento ha mille voci, canta le canzoni sull’acqua e porta le parole di uomini, sussurrate da lontano.

Guardo l’orizzonte pensando allo spazio avvolto in un alone indefinito. Il mondo mi appare come un puzzle d’immagini disconnesse che sto cercando di comporre pezzo dopo pezzo.

Le cose viste da lontano possono solo essere percepite, e dalla distanza nasce una diversa concezione del ricordo. E’ il riconoscimento di un apparizione avvenuta in una dimensione solamente percepita, ma reale. Questa percezione di chiama incanto. Sono un semplice osservatore di memorie, immobile.

Guardo linee geometriche, che trasformo in visioni possibili mescolando i miei ricordi a quelli del paesaggio. Ascolto il vento che si intrufola tra le alti nubi del cielo e poi scende in picchiata tra gli alberi delle barche ormeggiate nel porto. Qui tutto evoca 

un’apparizione.

Ogni desiderio di ricercare qualcosa nasce sempre da incontro. Questo non deve essere necessariamente con una persona, a volte è possibile essere stimolati anche da cose. Io le motivazioni le ho trovate nelle quarte di copertina dei libri. Dalle immagini e dalle frasi qui presenti, si accende la miccia che detona la mia curiosità.

Una frase di Calvino mii ha colpito in modo particolare: “esistono romanzi paesaggio e romanzi ritratto”. Cosa volesse significare ai tempi non mi era chiaro. 

Col tempo ho compreso che fondamentale è il punto di vista. Cambiarlo e farlo diventare insolito rispetto ai canoni è la chiave per comprendere un luogo in maniera del tutto autentica e non stereotipata. A Rostok si compiono ora le mia azioni e le immagini che mi appaiono di fronte sono una scelta dovuta ad un inedito punto di vista, che mi porta a pormi nuove domande.

Alloggio in un ostello vicino al mare, nella periferia della città, moderno, tenuto a lucido. Le camere sono al secondo piano e sono stanze da 8 persone, ma i letti sono distribuiti in modo da non incontrare quasi mai i compagni di stanza. C’è un salottino comune per ogni appartamento. Le cucine sono bene organizzate e frequentate giorno e notte da un esercito di donne che praticano il cross-fit. Vanno e vengono di continuo e si trovano in città per una competizione internazionale sulle spiaggia. Se questa struttura fosse stata a Monaco, non mi sarebbero bastati 50 euro a notte.

Ho sentito raccontare una storia all’università, vicino alle macchinette del caffè. E’ una di quelle storie che si dimenticano in fretta, ma che poi dopo 20 anni ritornano all’improvviso. Ecco! Mentre azzanno un panino con il “backfisch”, ripenso alle divagazioni sulla provenienza baltica di Omero. La leggenda, che poi è diventato uno studio ben argomentato, racconta che lo scenario su cui si fonda la mitologia classica è identificabile non nel mar Mediterraneo, dove si riscontrano innumerevoli incongruenze topografiche, climatiche e etniche, ma nell’Europa settentrionale. Qui sono riconoscibili molti luoghi omerici. I fondatori della civiltà micenea ricostruirono il loro mondo in Grecia, riadattando alla nuova terra i poemi tramandati oralmente per secoli. Omero era un vichingo? Penso all’immagine di Achille che beve idromele da un corno. Esiste una differenza netta tra le immagini e i luoghi a cui si riferiscono? Il paesaggio è in definitiva un’immagine della natura, quindi una proiezione simbolica. La traslazione delle saghe omeriche e il loro riadattamento ne è un esempio.

Dopo aver speso tutti i miei averi in panini con il “backfisch”, torno in ostello in cerca di un orario per il traghetto, faccio due volte il bucato e passo la maggior parte del tempo in camera con le gambe rivolte in alto.

Il traghetto è alle 22, ma è domenica e a Rostok è tutto chiuso. Una bicicletta carica di bagagli può rappresentare un grosso impedimento quando non si pedala, pertanto, dopo aver dato una rapida occhiata alla città, decido di andare con largo anticipo all’imbarco che si trova a 20 km dal centro. Dovessi bucare una ruota strada facendo, potrei dover rimandare la traversata. È un rischio che non voglio correre.

Alle 19 apre finalmente l’imbarco, mi avvio al cancello numero 50 e leggo un libro che mi ha regalato un mio caro amico. S’intitola “Sfioraci” ed è una raccolta di poesie scritte dal mio compagno di stanza dell’università. Credo che la poesia scritta da persone con cui hai condiviso la vita possa essere ancora più potente se accompagnata dall’immaginazione. Spesso porto questo libro con me.

“Piange

un cuore orfano

Piange 

la notte buia

Piange 

il cielo azzurro

Piange 

il pianoforte

Lacrime delicate 

morbide

galleggiano davanti a me

alla mia testa china

Occhi chiusi

in sogni eterni

Eterei pensieri

bagnati di pioggia.”

OPM

Ogni parola vibra riportandomi ad un’immagine. Lacrime d’ambra, come quelle di Jurkate, vengono lavate via dalle onde e portate sulla riva da mare.

Salgo sulla nave dopo aver legato la Durindana con le cinghie e conquisto l’unico tavolo con le prese delle corrente. Mi sbrigo ad occuparle tutte. Gonfio il mio materassino, mi sdraio a terra e aspetto che Caronte mi porti dall’altra parte. 

La mattina incontro Eliana, una corpulenta ragazza svedese dal sorriso di perla. Sogna l’Africa e fantastica sui suoni del continente antico. Vibrazioni che evocano una moltitudine di immagini che a loro volta riportano a dei suoni. Le interessa raccontarmi la sua vita e io l’ascolto volentieri. Abbiamo davvero poco tempo e, dopo esserci salutati in fretta, sparisce all’orizzonte mischiandosi alle mille vite che ho di fronte.

La porta del traghetto finalmente si apre. Ecco Trelleborg. Finalmente tocco terra svedese. Monto in sella alla bicicletta e lascio andare le ruote in discesa sulla rampa della nave verso l’ignoto emotivo. 

Sulle torri di avvistamento medievali sventolano bandiere crociate che rappresentano le insegne nazionali e quelle territoriali. Mi riportano alla mente la Battaglia di San Romano, scontro storico tra fiorentini e senesi alle porte dell’umanesimo, dipinto in trittico da Paolo Uccello. Pedalo leggero a un metro da terra, come se la mia bicicletta fosse alata e stessi pedalando verso la luna. Sono le 6.00 e devo riparare un raggio, quindi cerco un meccanico, lo trovo, mi siedo su una panchina e aspetto. Il primo approccio con la mentalità svedese non è incoraggiante. Il meccanico dice di essere pieno di lavoro e di non aver tempo per riparare la ruota in giornata. Non ho alcuna intenzione di supplicarlo, così gli spiego da dove arrivo e dove ho intenzione di arrivare. Senza troppo entusiasmo mi ripara il danno, facendomi comunque aspettare. Perdo tre ore per un raggio. Alle 12 riparto verso Ystad, pedalo lungo la costa, catapultato in un mondo fatto di quiete e distanze abissali. Non ci sono bar, nessuna area di servizio, solo piccoli paesi con poche case immerse nei boschi, a ridosso del mare. A Ystad compro alcune cose necessarie per il campeggio selvaggio. Vado avanti ancora qualche km e mi accampo sulla spiaggia, nei pressi di Nybristrand. Mi trovo in una terra in cui molti si sentirebbero stranieri. Sto per attraversare un deserto di solitudine, che poi altro non è che la vita di tutti i giorni.

Forse osservare il mondo ci rende meno apatici. Non lo so.

Mi aspettano giorni di osservazione alla deriva.

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